
La Slovenia è formata da diverse zone appartenenti un tempo all'Impero austro-ungarico e al Regno d'Italia. Il centro, che costituisce gran parte del territorio, è formato dalla vecchia Carniola (Kranjska in sloveno), a sua volta suddivisibile in Alta Carniola (Gorenjska), Bassa Carniola (Dolenjska) e Carniola Interna (Notranjska). Il capoluogo della Carniola è Lubiana (Ljubljana in sloveno, Laibach in tedesco), che è anche la capitale della Slovenia. La parte orientale è formata dalla parte meridionale della Stiria (Štajerska), con capoluogo Maribor (Margburg in tedesco), più l'Oltremura (Prekmurje), un tempo lembo del Regno di Ungheria. A nord, la Slovenia comprende anche una piccola parte della Carinzia (Koroška). La zona costiera e occidentale è invece formata dalla cosiddetta Primorska, l'area che nell'Impero Austro-ungarico era chiamata Kustenland (Litorale), costituita da zone appartenenti all'antica Contea di Gorizia e Gradisca (Friuli orientale) e all'Istria (la zona di Capodistria, in sloveno Koper).
Dopo la Prima Guerra Mondiale persa dall'Impero austro-ungarico, la Slovenia divenne parte nel neonato Regno dei "Serbi, dei Croati e degli Sloveni" ad eccezione della parte carsico-istriana che si trovava sotto l'Italia. Durante la Seconda Guerra Mondiale venne occupata in parte dall'Italia, in parte dalla Germania e in parte dall'Ungheria. Dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne repubblica federata alla Jugoslavia. Il 25 giugno 1991 la Slovenia dichiara la propria indipendenza dalla Jugoslavia (la quale si dissolve il 15 gennaio dell'anno successivo). La dichiarazione unilaterale crea una crisi anche militare che dura 10 giorni. Il paese riuscì a non essere coinvolto nella guerra civile jugoslava. Nel vertice UE di Copenaghen svoltosi il 13 dicembre 2002, venne deciso che dal 1 maggio 2004 la Slovenia (assieme ad altri 9 stati) sarebbe entrata a far parte dell'Unione Europea, decisione che venne poi confermata il 23 marzo 2003 con un referendum nel quale quasi il 90% dei votanti vota a favore dell'UE. Nella stessa occasione circa il 66% dei votanti vota a favore dell'ingresso nella NATO.
Nel 1991, subito dopo l'indipendenza, ai circa 200.000 residenti che avevano la cittadinanza di altre repubbliche dell'ex Jugoslavia (la "cittadinanza della repubblica" era uno status puramente formale, che molti ignoravano esistesse poiché non comportava alcuna conseguenza giuridica) fu concessa la possibilità di ottenere, tramite semplice domanda, la cittadinanza del nuovo stato indipendente. Per coloro che avessero scelto di non avvalersi di tale possibilità, la legge imponeva di registrarsi come "stranieri" (termine legale che denota i residenti permanenti senza cittadinanza).
In 170.000 presentarono la domanda, ottenendo la cittadinanza già prima delle elezioni del 1992. Alcune migliaia scelsero la seconda opzione. Tutti quelli invece che, contrario alle provisioni legali, non si registrarono come "stranieri", vennero radiati dal Registro di Residenza Permanente nel febbraio 1992, perdendo tutti i diritti sociali, civili e politici. Questa azione di stampo puramente amministrativo (e quindi senza alcuna possibilità di ricorso) e che senza alcuna base legale, colpì, secondo stime ufficiose, intorno a 18.000 persone; tra queste alcune avevano effetivamente lasciato il paese, mentre altre erano semplicemente ignare della provisione legale che imponeva loro di comfermare il loro status tramite una nuova domanda.
Nel 1999 la Corte Costituzionale dicharò l'atto della "cancellazione" illegale e anticostituzionale, annulando le sue conseguenze giuridiche. Nello stesso anno il Parlamento sloveno promulgò una legge che offrì ai "cancellati" la possibilità di riottenere la residenza, ma solo a chi risiedeva permanentemente in territorio sloveno. La Corte Constituzionale abrogò tale legge come anche un altro tentativo nello stesso senso. Nel 2003 la Corte dichiarò anticostituzionale la provisione legale del 1992 che imponeva ai residenti sloveni con cittadinanza delle altre repubbliche jugoslave di iterare la domanda per ottenere lo status di "straniero", e ordinò la restituzione dello status di residenti a tutti i "cancellati" con funzione retroattiva (indipendentemente se essi in realtà non vivevano in Slovenia dopo il 1992). Molti giuristi (tra l'altro alcuni ex membri della Corte Costituzionale e autori della Costituzione) criticarono duramente tale decisione; ne seguì una larga e dura polemica, nella quale il governo di centro-sinistra assunse gradualmente le posizioni prese della Corte Costituzionale, mentre l'opposizione di centro-destra continuò a criticarle. Nel febbraio 2004 la maggioranza parlamentare promulgò una legge nei sensi della decisione della Corte (che però prevedeva la retroattività soltanto per coloro che erano già in possesso della residenza); due mesi più tardi, però, questa legge (detta "Legge tecnica sui cancellati") venne annullata tramite un referendum (sostenuto dall'opposizione di centro-destra). Questo referendum venne fortemente contestato da alcune istituzioni dell'Unione Europea.
Al 2007 il numero dei "cancellati" è imprecisabile; il gruppo è frammentato in diverse categorie legali: alcuni hanno riottenuto la residenza e la cittadinanza, alcuni solo la residenza, alcuni sono stati espulsi, molti di essi vivono in Slovenia illegalmente. Secondo alcune stime sarebbero ancora 6.000 quelli senza alcun status legale, mentre molti di quelli che sono riusciti a riavere il diritto di residenza permanente hanno dovuto pagare pesantemente le conseguenze di anni di irregolarità. La questione è stata portata davanti alla Commissione Europea, che tuttavia ha dichiarato di non averne competenza. Alcuni dei cancellati hanno fatto un ricorso collettivo alla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo, sostenendo che "La cancellazione è un problema europeo, perché viola i diritti umani fondamentali previsti dalla Convenzione Ue".